Le mele, i segni del trattore e altre storie – Intervista a Gianni Moscon

Gianni Moscon è un ciclista professionista che corre per il Team Sky ed è considerato uno dei talenti emergenti del ciclismo internazionale.  Quando non pedala, ama dedicarsi alla vita di campagna.

 

La Val di Non vista dai frutteti abbarbicati sui ripidi pendii della montagna è un piccolo quadro invernale con le cime spruzzate di neve, gli abeti e il lago là in fondo che riflette il cielo.
Quassù dove si nascondono i caprioli e domina il silenzio, ci sono i meleti della famiglia di Gianni Moscon che a fare il ciclista proprio non ci pensava e anche adesso, che corre in una delle squadre più importanti del panorama mondiale e ha fatto sognare tutta l’Italia a Innsbruck, confessa di sentirsi un agricoltore prima di tutto e di avere il cuore legato indissolubilmente a questa incantevole valle dove crescono le mele più buone del mondo.

Gianni, raccontaci la storia dell’azienda della tua famiglia.

Il nonno di mio papà era un fabbro, aveva la fucina lungo il torrente, con il maglio ad acqua proprio come quelle di una volta. Quando si è ammalato è successo quello che succedeva sempre nelle famiglie povere abituate a mangiare sempre polenta: la mia bis-nonna andava a prendere la carne per lui e, non potendo pagare il macellaio, cominciò a vendere i terreni. Si parla dei primi del Novecento e qui, bene o male, tutte le famiglie avevano un po’ di appezzamenti. Dopo un anno di malattia, purtroppo il mio bis-nonno morì e lei si ritrovò vedova, con i figli piccoli da mantenere. Così iniziò a commerciare le pere che aveva nell’ultimo piccolo appezzamento che le era rimasto: le metteva in una gerla e a piedi andava a Rumo e nei paesi limitrofi, si faceva dieci-quindici chilometri a piedi ad andare a vendere la frutta. A quei tempi la gente non commerciava i propri prodotti, qui c’era solo un’agricoltura di sussistenza, invece lei, vendendo, ha iniziato a mettere da parte un po’ di soldi che poi reinvestiva acquistando terreni. Poi, con il passare del tempo, anche i due figli maschi (mio nonno e suo fratello) hanno cominciato a lavorare. Vendevano sempre frutta, verdura, carrube. All’inizio andavano a piedi poi con un mulo, poi successivamente si sono comprati un trattore a tre ruote e nel frattempo continuavano ad investire i soldi nell’agricoltura. Poi entrambi si sono sposati, hanno diviso l’azienda in due e hanno proseguito le loro vite parallele: commercio e agricoltura. Così poi ha fatto anche mio papà, lui vendeva frutta e verdura e l’ha fatto fino al ’95, fino a quando anche lui ha dovuto affrontare una malattia e si è dovuto assentare dal lavoro per un anno: è stato un periodo difficile, quello! Da quel momento in poi ci siamo dedicati solo all’agricoltura, come stiamo facendo anche oggi. E’ vero, siamo agricoltori ma c’è sempre stata in noi questa tradizione commerciale. E’ anche per questo che non siamo associati a nessun consorzio: continuiamo a sentire dentro di noi una vocazione un po’ imprenditoriale.

Quanti ettari avete attualmente?

I nostri numeri sono ridotti perché la realtà non è di sicuro paragonabile a quella di pianura: gli appezzamenti sono piccoli e abbarbicati sui fianchi della montagna. Noi abbiamo quasi cinque ettari di frutteto che, tenendo conto della conformazione del territorio, è già una bella soddisfazione.

Che qualità di mele avete piantato nei frutteti?

Il 95% sono Golden poi abbiamo un po’ di Red Delicious ma solo per impollinazione.

Come è nata invece la tua passione per l’agricoltura?

Secondo me è nata prima la passione e poi sono nato io! Credo sia stato molto naturale: sono cresciuto in mezzo alle mele e i miei primi passi li ho fatti nel frutteto.

Qual era il tuo sogno da bambino?

Il mio sogno era quello di fare l’agricoltore: ho sempre avuto questa grande passione. Ho fatto la scuola di perito agrario, ho il timbro e sono anche iscritto all’albo anche se non ho mai fatto niente per terzi. La mia intenzione era quella di restare nel settore ma non per fare semplicemente il contadino, avevo grandi ambizioni, volevo sviluppare l’azienda, cercare di ingrandire la nostra realtà il più possibile.
Sono sempre andato in bici esclusivamente per divertimento, perchè mi piaceva: qui è bellissimo fare il giro della valle, stare in mezzo alla natura. Poi sono arrivato all’ultimo anno da dilettante e allora mi sono detto: “Perché non provare? Vediamo se il ciclismo può diventare un lavoro”. La Sky mi ha offerto il contratto per passare professionista ed eccomi qua! Sarei stato stupido a lasciare perdere ma, ad essere sincero fino in fondo, continuo a sentirmi più un agricoltore che un ciclista.

Di solito cosa fai nei frutteti?

Tutto quello che serve! Naturalmente non ho mai molto tempo per via del lavoro ma appena riesco mi piace venire qui. Dopo il Mondiale, per esempio, sono tornato per aiutare nella raccolta delle mele.

Ti ha insegnato tuo padre?

Sì, io sono cresciuto nel frutteto con mio papà, stavo sempre con lui e quando tornavo da scuola andavo diretto in campagna ad aiutarlo. Poi quando ero più piccolo ho dei bei ricordi anche con mia nonna. Mi portava con lei a fare i piccoli lavoretti: era attenta a tutto, prendeva lo spago per tirare su i rami che si abbassavano con il peso delle mele più basse, per evitare che si danneggiassero quando passavamo a tagliare l’erba. E’ la cultura delle antiche generazioni, la cura per le piccole cose, quello che adesso non succede più perché la mentalità di salvaguardare tutto si scontra con il nostro mondo frenetico che non ha più tempo da perdere nel guardare i dettagli.

Ti chiamano “Il trattore della Val di Non” e non è un caso. Qual è stata la tua prima esperienza con il trattore?

Ho sempre avuto questa passione incredibile per i trattori. Da bambino mi ricordo che andavo a tagliare l’erba insieme a mio papà: ero piccolo, l’età dell’asilo mi pare, e stavo sempre seduto sul parafango, anche solo per star lì, a sentire il rumore del motore. Mi bastava. Poi lui ha iniziato a tenermi tra le gambe, in piedi, e guidavo, tenevo il volante e lui schiacciava i pedali: io mi divertivo da matti. In quegli anni poi avevamo un trattore abbastanza vecchio, non aveva protezioni, aveva il tunnel centrale del cambio dove passavano dei tubi dell’olio che dopo tante ore di lavoro diventavano bollenti e io, ogni tanto, ci appoggiavo involontariamente la gamba e mi scottavo. Tornavo a casa con certi segni! Ma era una cosa da eroi.
A nove – dieci anni ho cominciato a guidarlo da solo: stavo nel campo, andavo avanti a passo d’uomo, mi fermavo, tutte cose semplici si intende.
Sono cresciuto così, non so come spiegarlo: agli altri bambini piacevano i trenini, a me i trattori. Avevo persino tutti i modellini, di quelli fatti bene con le ruote di gomma, son talmente belli che me li comprerei ancora adesso.

In Val di Non ci sono solo mele?

Una volta lungo tutti i pendii verso il lago c’erano anche i vigneti. Producevano un vino che si chiamava Groppello ma allora non avevano le tecniche per vinificarlo nel modo corretto, era duro e acido, perciò hanno tolto tutto e poco dopo, negli anni Settanta, è arrivata la mela. In realtà adesso alcune aziende hanno iniziato a produrlo nuovamente: lo vinificano bene e viene un vino molto buono anche se rimane naturalmente molto di nicchia. Alla luce di questo, anche la viticoltura sarebbe da tenere in considerazione nell’ottica di valorizzazione del territorio. Qui da noi ci vedrei bene dei vitigni aromatici, bianchi come un Muller oppure un rosso come il Merlot, sono sicuro che verrebbero degli ottimi prodotti.

Quali sono i tuoi progetti futuri sull’azienda di famiglia?

Prima di tutto, mi piacerebbe ingrandirla: comprare altri appezzamenti, investire sulla terra anche se attualmente non è così semplice. Qui sono in pochi a voler vendere e se vuoi acquistare sei costretto a cercare terreni anche nel raggio di 20-25 chilometri. Forse tra una decina d’anni la situazione potrebbe essere diversa con il ricambio generazionale ma bisogna anche vedere come andrà il mercato della mela perché attualmente è un disastro e i prezzi dei terreni sono troppo alti per le rese che ci sono al giorno d’oggi.

Ti piacerebbe sviluppare una realtà in questa valle nella quale veramente siano rispettate le dinamiche agricole, del territorio e di chi ci lavora?

Io ho un legame speciale con la mia terra, quando sono lontano ho sempre voglia di tornare. Vorrei poter fare molto di più per farlo diventare anche competitivo a livello commerciale e turistico. Mi piacerebbe sviluppare l’agricoltura in un senso più ampio. Qui esiste ancora la coltivazione “eroica” – dico io –  è ripido, in molte zone si fa ancora tutto a mano perché i mezzi non ci arrivano, per questo non possiamo competere con la concorrenza spietata dell’estero. Dobbiamo puntare ancora di più sulla qualità del prodotto perché è questa la nostra fortuna: il territorio che con l’esposizione, il clima, l’altitudine ci aiuta moltissimo a produrre una mela fantastica. Su questo dovremmo creare la cultura giusta, anche per chi va al supermercato e si trova a scegliere quale comprare. Poi bisognerebbe lavorare davvero molto sullo sviluppo turistico della zona: abbiamo molti angoli di paradiso qui e sono così poco conosciuti.

Quanto conta la vocazionalità del territorio?

A mio parere tutto! Generalmente penso che il consorzio tenda ad appiattire la situazione invece le mele sono molto diverse a seconda che arrivino dal fondo valle piuttosto che da qui.
Per esempio, la Golden Delicious ha la sua massima espressione nella mia zona, quella di Livo e di Revò. Grazie alle caratteristiche del territorio è ottima, non avrebbe senso piantare magari una Gala che è una primizia e in pianura la raccolgono ad agosto mentre qui da noi saremmo costretti a raccoglierla a settembre. Questo è un po’ il mio pensiero sulle dinamiche: diversificare, puntare sulla qualità e vocazionalità del territorio, cercando di costruire qualcosa di bello e invitante attorno ad esso.

La prima cosa bella che ti viene in mente quando si parla della vita nei frutteti?

Il momento più bello è quello della raccolta. Il clima che si crea è davvero speciale, tante aziende che sono ancora a conduzione familiare mantengono le loro tradizioni di condivisione, come la merenda di metà mattina tutti insieme. E’ un po’ come una festa oltre che essere un momento di aggregazione perché, da sempre, quando c’è la raccolta, la famiglia si riunisce e anche quelli che abitano lontano vengono a dare una mano. Da noi la domenica vengono le mie sorelle con i fidanzati, le zie, i cugini e stiamo tutti insieme. E’ bellissimo. Purtroppo questo aspetto sta un po’ scemando perché ci si adegua sempre più ai ritmi del mondo di oggi e ci sono delle scadenze giornaliere precise. Però c’è anche un altro lato che mi piace ed è la soddisfazione di vedere che finalmente puoi raccogliere il frutto dei tuoi sacrifici. Quando vedi i cassoni pieni di mele ti senti veramente orgoglioso.