100 anni in giallo | Vol. 3 Jacques Anquetil

La Maglia Gialla compie cento anni ed è oggi più che mai il simbolo del ciclismo mondiale, un pezzo di storia che viene tramandata dai campioni, insieme alle loro leggende, avvolte nel fascino di un arrivo iconico come quello degli Champs Elysees. Ma il giallo è anche un colore che parla subito del Tour de France, della sua estate con i girasoli nei campi e i camper in attesa sotto il caldo infernale di luglio.


Giallo come il principe. Jacques Anquetil.

Dicono che in bici da crono fosse la perfezione, che fosse nato per stare così, piegato sulla bicicletta a gareggiare con il vento. Jacques Anquetil è stato molto più di questo. Non ha solo fatto il ciclista, l’ha fatto in un modo completamente fuori dai canoni, con uno stile forsennato e principesco che l’ha reso immortale, anche in fatto di stile. Per spiegare il suo rapporto con la maglia gialla basterebbe dire che l’ha portata per cinque volte fino a Parigi (lo eguaglieranno solo Merckx, Hinault e Indurain) e addirittura nel Tour del 1961 la indossò dal primo all’ultimo giorno consecutivamente. Per spiegare invece la sua incredibile personalità, c’è lo “scandalo” del Tour 1957: il giovane debuttante Anquetil convince i tecnici a lasciare a casa il tre volte vincitore Louison Bobet. Il giovane debuttante vincerà quell’edizione con un quarto d’ora sul secondo arrivato. La malloit jaune ama le mentalità vincenti e la relazione tra lei e questo normanno arrivato d’improvviso sarà intensa come nessun’altra. 

La storia di Maître Jacques è costellata di successi ed eccessi: lo Champagne, le ostriche, le sigarette, le ore piccole, le sveglie a mezzogiorno e allo stesso tempo le sconcertanti vittorie. A volte adorato come un principe, altre odiato come un usurpatore, è stato un vero e proprio personaggio da romanzo. Dall’inizio fino alla fine, anche in punto di morte, quando spiegò ironicamente che il suo tumore allo stomaco era dovuto a un bicchiere d’acqua bevuto una volta, in mezzo al mare di bollicine alle quali era abituato

Giallo come le bollicine. La Ribolla Gialla.

Nonostante il boom scoppiato negli ultimi anni, la Ribolla Gialla ha origini molto antiche, le testimonianze su questo vitigno autoctono risalgono alla fine del 1200, quando la Ribolla veniva offerta dal comune di Udine alle cariche importanti come benvenuto nella città. La culla di questo vitigno sono quindi le colline attorno a Udine ma successivamente cominciò ad essere coltivata sulle aree che oggi sono più famose per la sua produzione: il Collio e i Colli Orientali del Friuli. Fino agli inizi del Novecento la Ribolla veniva coltivata in tutto il Collio, anche in mescolanza con vecchi vitigni locali (Pica e Glera) fornendo un ottimo vino. Negli anni Sessanta è venuto meno l’interesse, a favore di altri vitigni locali come il Tocai friulano, il Pinot bianco e grigio, Sauvignon, Traminer e Riesling. Ad eccezione fatta della parte slovena del Collio, dove si è creduto maggiormente nelle potenzialità del vitigno. Negli ultimi anni, l’Italia ha riscoperto la Ribolla Gialla, specialmente la versione spumantizzata che oramai affianca il Prosecco negli aperitivi, come alternativa originale alle bollicine classiche. Il vino presenta il caratteristico giallo paglierino, limpido e cristallino e ha un profumo floreale, fine e persistente.

Nei vigneti classici del Collio friulano e sloveno, Spinazzè ha una lunga tradizione di palificazione, iniziata con le prime forniture negli anni 60 per sorreggere le viti sulle pendici collinari.

Oggi il palo in cemento ha lasciato il posto al palo in acciaio cor-ten, dall’elevata resistenza meccanica e dal caratteristico colore marrone bruciato, che ben si impatta nell’ambiente e nella natura.

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